Ascolta la conferenza del Card. George Jacob Koovakad, Prefetto del Dicastero per il Dialogo interreligioso – presso Villa Giovanna d’Arco in Sanremo – Venerdì 9 ottobre 2026
Di seguito il testo della conferenza (non rivisto dall’Autore)
Cara Eccellenza Mons. Antonio Suetta, reverendi sacerdoti, religiosi, religiose, care sorelle, cari fratelli, catechisti, operatori pastorali, insegnanti di religione, e grazie di essere qui. Quando io sono arrivato, Sua Eccellenza Mons. Antonio mi diceva che è il vescovo di una delle diocesi più piccole d’Italia. Io sono cardinale prefetto, ma non ho una diocesi: nessuno prega per me durante la Messa, mentre per lei durante la Santa Messa tutti ricordano e pregano nella preghiera eucaristica. Dunque io chiedo una preghiera da parte vostra quando si può.
Il tema che ci vede radunati sembra da specialisti, e invece ci riguarda ogni giorno: nell’aula di religione, in oratorio, davanti alla porta della Caritas, sul pianerottolo di casa. Fedi e religioni diverse: quale dialogo? Abbiamo appena sentito dell’anniversario di vita di San Francesco.
Io comincio da un altro anniversario: 61 anni fa, il 28 ottobre 1965, il Concilio Vaticano II approvava una delle sue dichiarazioni più brevi e incisive, Nostra Aetate, nella nostra epoca. In questo testo la Chiesa cattolica dice che nulla rigetta di quanto è vero e santo nelle altre religioni. Guarda con stima ai musulmani che adorano l’unico Dio misericordioso e onnipotente, che venerano Gesù come profeta e onorano Maria sua madre, e chiede a tutti di dimenticare il passato con le sue lotte e le sue inimicizie per lavorare insieme alla comprensione reciproca. Parole nuove dopo secoli di diffidenza e di scontri. 60 anni dunque: è un bilancio. Lo ha tracciato la nota Un cammino di speranza: 60 anni di dialogo e di fratellanza interreligiosa alla luce della dichiarazione conciliare Nostra Aetate, firmata insieme dai dicasteri per la Dottrina della Fede, per l’Unità dei Cristiani e per il Dialogo Interreligioso.
Il titolo dice già lo spirito: non un documento di nostalgia, ma un cammino di speranza. Ci accompagnerà come una bussola. Per questi anni il vostro vescovo Antonio Suetta ha scritto una lettera pastorale guardando alla vostra terra, una terra di confine, porta d’Europa dove vivono e da cui transitano tante persone musulmane. Il suo punto di partenza è netto: l’accoglienza e l’attenzione verso queste persone non può e non deve essere soltanto materiale. Se siamo cristiani dobbiamo dare loro anche il pane del Vangelo, annunciando e testimoniando Cristo. E questo, dice Sua Eccellenza, non è una mancanza di rispetto: è un gesto di amore e di grande considerazione, perché significa donare all’altro ciò che di più bello e importante ognuno di noi ha ricevuto. Qualcuno a sentirlo storcerà il naso: «Ma non ci avevano detto che bisogna dialogare, non convertire?». Altri penseranno il contrario: «Finalmente qualcuno lo dice!».
Io credo che le due reazioni nascano dallo stesso equivoco: pensare che dialogo e annuncio siano due alternative e che bisogni scegliere. Ma il Vangelo, e dietro il Vangelo la Chiesa, ci dicono un’altra cosa. Faremo insieme un cammino in cinque tappe:
Siamo nell’anno giubilare francescano, ma io non voglio parlarvi di Francesco in modo devozionale, parliamo di un incontro. Nell’anno 1219, durante la quinta crociata, l’esercito cristiano assedia Damietta sul delta del Nilo. Dall’altra parte c’è il campo del sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil, nipote del grande Saladino. Due eserciti armati l’uno di fronte all’altro; si combatte, si muore da entrambe le parti e tutto avviene in nome di Dio. In mezzo a questo scenario, un frate scalzo insieme a un compagno attraversa le linee, viene catturato dai soldati e condotto davanti al sultano. Sappiamo che le fonti sono scarne e in parte leggendarie; le tradizioni successive raccontano episodi spettacolari che nessuno può garantire. Le fonti concordano però su questo: il sultano lo accolse, lo ascoltò con attenzione, lo trattò con rispetto e poi lo lasciò tornare indietro sano e salvo. Pensateci: in piena guerra di religione, due uomini di fedi diverse si siedono e si ascoltano.
Che cosa era andato a fare Francesco? Non era guidato da strategie né per benedire una crociata. Era andato a parlare di Cristo e sapeva di rischiare la vita, eppure ne uscì con la stima dell’altro. Ecco il primo paradosso di questa storia: l’annuncio più audace è nato da un gesto di totale disarmo. Qualche anno dopo Francesco mise per iscritto ciò che aveva imparato. Nella Regola non bollata indica ai frati che vanno tra i non cristiani due modi di comportarsi:
Prima una presenza mite, vivere accanto, servire, non proselitizzare e non nascondere chi si è. Poi, se e quando il Signore apre la porta, la parola. La presenza mite non è una tattica per arrivare alla parola: è già Vangelo, è già annuncio. E la parola non è rimandata per sempre: quando è il momento si dice. Non abbiamo davanti un aut-aut, ma due modi di un unico amore. Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti ricorda proprio questo episodio e dice che il Santo d’Assisi non fece guerra dialettica imponendo dottrine, ma comunicò l’amore di Dio.
Da questo incontro portiamo a casa tre lezioni: per incontrare qualcuno bisogna uscire dal proprio campo, uscirne disarmati e uscirne senza cambiare abito, cioè con un’identità chiara.
Tra Francesco e noi ci sono otto secoli, ma è il Concilio Vaticano II che ha compiuto il passo decisivo. Riconosce che nelle altre tradizioni religiose ci sono valori positivi, non soltanto nei singoli credenti, ma anche nelle tradizioni stesse. Usa immagini bellissime riprese dai Padri della Chiesa: «un raggio di quella verità che illumina tutti i popoli», «i semi del Verbo». Di qui nasce l’invito al dialogo e alla collaborazione, ma il Concilio non dimentica la missione: i discepoli offrono un’autentica testimonianza cristiana anche là dove non possono annunciare pienamente il Cristo.
Il 19 maggio 1991, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli firmano insieme il documento Dialogo e annuncio. Chi si occupa del dialogo e chi si occupa della missione firmano lo stesso testo. Ci vengono date cinque idee guida:
In Evangelii Gaudium, Papa Francesco riprende questi concetti: il dialogo interreligioso è condizione necessaria per la pace ed è una conversazione aperta sulla vita umana. Mette in guardia da un’apertura diplomatica che dice sì a tutto per evitare i problemi. Evangelizzazione e dialogo interreligioso si sostengono a vicenda. La nota Un cammino di speranza riassume: «nel rispetto della massima identità e nell’impegno per il massimo dialogo». Riguardo all’Islam, il Papa ricorda che i musulmani professano la fede di Abramo, adorano il Dio unico e venerano Gesù e Maria.
Sulla questione del pregiudizio reciproco: molti cristiani vedono l’Islam con sospetto; molti musulmani associano il cristianesimo a un Occidente privo di valori o all’idolatria per via della Trinità. Tutte queste immagini sono costruite su idee e non su volti. L’11 settembre 2001 e le sue tragiche conseguenze hanno mostrato la pericolosità dello scontro di civiltà. La strada alternativa è quella della Dichiarazione sulla fratellanza umana: l’impegno comune per sanare le ingiustizie.
Pierre Claverie, cresciuto in Algeria nella sua “bolla coloniale”, raccontava che solo incontrando direttamente le persone musulmane le certezze confezionate sono crollate. Il vero dialogo si fa affrontando i problemi di ogni giorno e stringendo amicizie reali.
Nella diocesi di Sanremo e Ventimiglia, l’annuncio passa anzitutto attraverso la carità e i gesti concreti. A Ventimiglia, luogo di confine e transito per molti migranti, la Caritas e le parrocchie garantiscono pasti, assistenza medica, supporto legale e psicologico. Questi gesti non sono un semplice guscio preliminare: sono essi stessi già annuncio del dialogo della vita.
L’urgenza dell’annuncio non nasce dalla paura, ma da un debito di gratitudine e dal desiderio di condividere una gioia. Come consiglia San Pietro, bisogna essere pronti a rendere ragione della speranza che è in noi con dolcezza e rispetto. Non si può usare il Vangelo per convertire e non si può usare la carità come esca. Come diceva Papa Benedetto XVI, l’evangelizzazione avviene per attrazione.
Inoltre, cristiani e musulmani affrontano oggi la stessa sfida: l’idolatria dell’io, il narcisismo della società contemporanea che trasforma l’altro in uno sfondo.
Infine, l’esempio dei testimoni:
A noi oggi sono chieste cose più piccole ma fondamentali: radicarsi nella fede, incontrare le persone chiamandole per nome, cominciare dalla vita di ogni giorno e rendere ragione della nostra speranza.
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